Il caso Cambridge Analytica: le responsabilità degli utenti

cambridge analytica

Utenti medi dei social che si lamentano dei social sui social

Questo è il semplice (ed iper-semplificato) riassunto della vicenda “Cambridge Analytica”. Chi di voi non ha contatti su Facebook che distribuiscono like su qualsiasi cosa compaia nella loro home? Chi non è in contatto con almeno una persona che pubblica quotidianamente informazioni, foto, geolocalizzazioni o recensioni? Nessuno, perché l’utente medio di Facebook (e dei social in generale) si comporta in questo modo e statisticamente parlando è davvero improbabile non averne tra i contatti.

Condivisioni selvagge, foto che ritraggono minori, Facebook login utilizzati senza neanche preoccuparsi di guardare il dominio del sito nel quale si trovano.Ma la responsabilità di chi usa un coltello da macellaio per tagliarsi le unghie dei piedi è dei produttori del coltello o di chi lo utilizza per questo? O forse la questione è più complessa, forse dovrebbe essere lo Stato a diffondere una campagna di sensibilizzazione? In questo caso però ci sarebbe qualcuno che potrebbe accusarlo di essere in combutta con la lobby dei coltelli, il cui magnate potrebbe anche essere il cugino di un qualche politico.Andiamo con ordine.

La vicenda

Cambridge Analytica, una giovanissima società fondata nel 2013, è leader mondiale nella raccolta dati sui social. Badate bene: con dati non si intendono solamente indirizzi e-mail, password o dati sensibili, ma anche (e in certi casi soprattutto) comportamenti, modi di fare e interessi. E qui casca l’asino perché il clustering di clienti è del tutto inutile se le variabili utilizzate per farlo sono età, sesso o colore dei capelli. Diventa un’arma potentissima se invece viene effettuato tenendo in considerazione gusti, preferenze, comportamenti e tendenze, in modo da avere cluster più omogenei caratterizzati da “menti” simili. Ed è proprio quello che ha fatto Cambridge Analytica, tramite i propri algoritmi, sviluppando una efficiente tecnica di microtargeting comportamentale, riuscendo a fare leva, oltre che sui gusti, sulle emozioni degli utenti. L’inventore dell’algoritmo, Michal Kosinski ha dichiarato che bastano 70 like per decriptare la personalità di un utente su Facebook.

Il portale di Zuckerberg entra in gioco in questa vicenda nel 2014, quando la app “thisisyourdigitallife”, sviluppata da Aleksandr Kogan, un brillante ricercatore di Cambridge, viene data in pasto a Facebook. L’applicazione, tramite il Facebook login, sembra aver raccolto 50 milioni di informazioni provenienti da diversi profili, dati che sono stati in seguito ceduti proprio a Cambridge Analytica, violando così il regolamento di Facebook. Sembrerebbe che, a detta di Christopher Wylie, ex dipendente di Cambridge Analytica, Facebook fosse a conoscenza già da due anni della vicenda, e non ci si spiega perché abbia bannato Cambridge Analytica solamente il 14 marzo 2018.

I volti dello scandalo Cambridge Analytica

Il re è nudo

In poche ore è partita una vera e propria catastrofe: dalla tendenza #deletefacebook alle ben più problematiche perdite in borsa (circa 9 miliardi in poco più di 48 ore). La domanda è: chi è il responsabile di questo cataclisma? In primis gli utenti, per una serie di ragioni:

1) Diffuso disinteresse all’approfondimento di temi come privacy e sicurezza informatica – perché utilizzare il Facebook login? Probabilmente per pigrizia. Che noia queste password! Qualcuno ha mai sentito parlare della sezione privacy di Facebook, tramite la quale si possono gestire autorizzazioni e permessi? Se si pubblica una foto, perché allegare anche le coordinate geografiche? 


2) Impreparazione e carenze tecniche di base – quando la tua generazione cresce con internet, riuscendo a sopportare un sistema operativo come Windows Millennial Edition, volente o nolente riesce a comprendere i principali aspetti della tecnologia che utilizza. Cosa accade invece quando un cinquantenne poco curioso passa da carta e penna ad uno smartphone? Probabilmente quello che accadrebbe dando ad un uomo di Neanderthal un AK-47 carico e senza sicura. Ci stiamo spostando verso una comunicazione essenziale, sviluppiamo piattaforme web che puntano più alla semplicità che alla sicurezza.


3) Esibizionismo e narcisismo – l’utente medio vuole consenso, complimenti, attenzioni. Come ottenerli? Pubblicando i propri dati e le proprie emozioni. Ma a computer spento, avrà lo stesso numero di amici reali e meno sicurezza dei propri dati personali. 


4) Quella non è la tua bacheca – le vostre bacheche sono della Facebook.Inc, sono codici contenuti nei loro server, sono loro che pagano le bollette, sono loro i proprietari di casa. Le regole le fanno loro, e la maggior parte degli utenti non si è mai nemmeno preoccupato di leggerle.


La questione però non riguarda solamente i propri dati personali. In fondo, se un’azienda è a conoscenza del fatto che seguiamo Gianni Morandi, cosa vuoi che faccia? Probabilmente potrà proporci di acquistare il suo ultimo album. Ma se la stessa società conoscesse le nostre paure, preoccupazioni, necessità, non potrebbe indirizzare il nostro orientamento politico? La risposta è sì, potrebbe. E forse lo ha già fatto.

Certo è che le autorità e le stesse società dovrebbero avere a cuore la sicurezza di cittadini ed utenti. Ma ciò non vuol dire che la porta di casa non vada sempre chiusa a chiave, indipendentemente dal livello di sicurezza e fiducia percepito.

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